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Babau Degrado, decoro e insicurezza

Pubblicato il 03.06.2008 in Babau, Cronache_Terrestri da R* || Commenti disabilitati

Queste parole sono una sorta di lamentazione continua che echeggia su media di ogni tipo, sono qualcosa che ci perseguita giorno e notte, dal primo tiggi del mattino all’ultimo della sera. Sono un grimaldello capace di aprire ogni porta, secondo un meccanismo che si ripete sempre uguale, efficace e preciso come una lama di rasoio per tagliarsi le vene.

In questi giorni ho avuto modo di assistere a una chiaccherara pubblica con Marcello Maneri, un sociologo, ricercatore presso la Bicocca, che ci ha esposto un suo lavoro sul lessico utilizzato dai media in questi ultimi anni per tessere la complessa rete di ansia e paura, che nascondono i termini degrado, insicurezza, ecc… E’ stata molto interessante e vi invito a leggere i libri a cui ha collaborato (Alessandro Dal Lago, “Lo straniero e il nemico” ed. Costa & Nolan 1998 – Ubaldo Fadini, “Lessico post fordista” Feltrinelli 2001) e questo libro nel quale e’ citato e grazie al quale l’abbiamo conosciuto: Lessico del razzismo democratico di Giuseppe Faso.
In questo periodo sono alla disperata ricerca di letture della realta’ che non rientrino nel paradigma “ordine pubblico cioe’ insicurezza”, perche’ come molti altri, credo, ne sono nauseato.

Su carmilla on line era apparso un articolo di Faso per presentare il libro in uscita in cui si citava anche il lavoro di Maneri. Per l’appunto si parlava di degrado:

Degrado

Giornalisti, amministratori, politici fanno ricorso sempre più spesso al termine «degrado», per indicare una situazione urbana segnata dalla presenza di prostitute, lavavetri, zingari, immigrati costretti a condizioni abitative assai disagevoli. Dal momento che lavavetri e buona parte delle prostitute e degli zingari sono (non) persone migrate in Italia, la categoria «immigrato» fa presto a inglobarli. Così un luogo comune diventa un fatto sociale, e alla categoria costruita si affibia la responsabilità di un danno, un attentato al pubblico decoro. E scattano «misure anti-degrado» di vario genere, fino alle recenti grida sui lavavetri a Firenze.
In casi simili piccole incursioni fuori dalla nostra provincia spazio-temporale possono aiutare a decostruire processi di categorizzazione in funzione discriminatoria.
Degrado, infatti, non è che debba voler dire proprio quello, in italiano. Il «Grande dizionario della lingua italiana» diretto da S. Battaglia, al vol. IV, riporta solo tre usi letterari, tutti nel Settecento, due di Scipione Maffei e uno di G.B. Graziani, col significato di umiliazione o di «riduzione di spessore» (dei muri).
Altri dizionari ne registrano un timido uso a partire dal 1950, e Migliorini avverte che «Non è term. solo di caserma, ma anche di tecnici, ingegneri ecc.». Se ne deduce che pochi anni fa il termine veniva sentito come burocratico e da caserma, ma poteva avere una funzione tecnica.
Una semplice ricerca ottiene così un effetto di spaesamento: e il degrado nel senso di «deterioramento del paesaggio urbano dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con l’insicurezza che tale presenza comporta»? Nessuna traccia, fino a pochi anni fa. Come per «badante» (altro neologismo discriminatorio), la ricerca va perciò spostata a quelli che costituiscono gli unici dizionari di molte persone (non sempre analfabeti, visto che vi ritroviamo molti amministratori). Il più raffinato studioso della costruzione dell’insicurezza, Marcello Maneri, pochi anni fa («Rassegna di sociologia». n. 1, 2001), ha dato conto dell’uso di «degrado» su alcuni quotidiani. Da una parte, si assiste al dilagare di questo termine, prima rarissimo e poi invece frequente; dall’altra, a uno slittamento semantico, per cui mentre negli anni Ottanta il significato oggi più consueto di «degrado» copriva meno del 5% delle sue occorrenze, a metà anni Novanta si arrivava a circa il 25%, per poi giungere alla fine del secolo a un circa 55%. In altre parole, è stato costruito con una rapidità impressionante e un uso martellato un significato di «degrado» dove l’offesa al decoro e la minaccia alla sicurezza si mescolano in una identità sinonimica: tornassimo indietro di vent’anni, probabilmente non capiremmo quest’accezione: era il paradiso terrestre?
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce e mistifica l’uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto, decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione delle pratiche sociali.

Un altro articolo mi ha anche colpito in questi giorni. Apparso sul sito della odradek sui fatti del pigneto. Io non sono di Roma e di Roma non capisco nulla, ma da una lettura diversa da quella dei giornali, tirando di mezzo la speculazione edilizia, la vita di borgata e altre componenti che i media saltano, che preferiscono non mettere in relazione. Non so se mi convince molto come interpretazione dei fatti, ma senza dubbio e’ piu’ interessante da leggere degli articoli sui giornali, piu’ sentita. La trovate su http://www.odradek.it/, e l’articolo “contro il popolo non si governa”.

Anche questo volantino girato in un corteo sabato scorso a Firenze e’ molto bello: Firenze vive libera.

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